Per le vittime civili e militari della resistenza

Buonasera a tutti,

ringrazio le Autorità civili e militari, le associazioni che ispirano la loro attività ai valori fondanti della resistenza e tutti Voi per la vostra presenza nel giorno del settantaduesimo anniversario degli eccidi nazi-fascisti che si sono consumati nei nostri borghi così come in tanti luoghi di questa nostra Italia.

Nello sforzo che abbiamo fatto in questi anni per restituire alla memoria di tutti, gli eventi criminali che insanguinarono allora la comunità di Calamecca, spezzando, vittime inermi uomini e donne che ebbero forse l'unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, vogliamo far correre i nostri pensieri verso i tanti che da quel sangue, consapevolmente, vollero trarre il seme della libertà. Non per vendetta, ma per robusta convinzione morale.
 
Questa amministrazione si appresta a lasciare, ma il seme che abbiamo gettato in questi anni, riportando a Calamecca una giornata dedicata al ricordo, vorremmo continuasse a generarsi e rigenerarsi, anno dopo anno, a imperitura memoria di chi perse la vita, direttamente o indirettamente, in una lotta che, con tutte le sue contraddizioni, sarebbe stata la corrente sorgiva dei valori fondanti della nascente Repubblica Italiana.
 
Nei giorni 19 E 20 Settembre 1944 truppe Nazi-Fasciste, risalendo L'appennino, sconfitte dalle forze alleate e partigiane, distrussero le case [costruite con fatica su questi monti e], dopo nequizie innominabili, uccisero barbaramente 15 innocenti paesani. Schiera eletta di uomini donne e bambini, rei soltanto di odiare il teutonico invasore e amare la patria la famiglia e il lavoro. Pocci Attilio Di Anni 64 - Biondi Maria Di Anni 53 - Pocci Oscar Di Anni 14 - Pocci Silvano Di Anni 12 - Pelleschi Angiolina Di Anni 62  - Giovannini Germana Di Anni 20 - Zini Vittorio Di Anni 84 - Ducceschi Esilda Di Anni 63 - Cioletti Ernesto Di Anni 69 - Biagi Elide Di Anni 58 - Piastrelli Ersilia Di Anni 86 - Pelleschi Margherita Di Anni 18 - Finocchi Rosa Di Anni 62 [ cui si aggiungono] Biagi Luisa Di Anni 22 e Giovannini Giulia Di Anni 28 stroncate alla Macchia degli Antonini dalla furia nazista in circostanze ancor più iniominiose.
 
Al loro fianco vogliamo ricordare i fratelli Guermani, caduti a Piteglio, anch'essi sotto la mitraglia tedesca, vittime del coraggio di aver difeso, sino in fondo, l'incolumità della famiglia che li stava ospitando.
 
Oggi ricordiamo anche il soldato Pelleschi Leopoldo, classe 1908, caduto in Russia nel 1944. Uno dei tanti uomini, strappati all'affetto delle loro famiglie e scaraventati al fronte, privati del loro sacrosanto diritto alla vita e alla felicità. La sua medaglietta militare è stata ritrovata quest'anno negli Stati Uniti. E' stata acquistata dal Sig. Giuseppe Clemente, alpino, reduce del secondo conflitto mondiale, sul banco di un rigattiere. L'uomo, autore del ritrovamento ha avuto la sensibilità e l'acume di risalire fino a noi, fino al Comune di Piteglio. Antonio Orsucci, il nostro archivista, dopo una lunga ricerca, ha rintracciato i discendenti, che oggi sono con noi, e ai quali vorremmo riconsegnare il simbolo di questo sacrificio.
 
Vorremmo che ogni anno, nel mese di settembre, si celebrassero, per un dovere morale al quale ci sentiamo intimamente obbligati, insieme a coloro che caddero sotto i colpi di un regime barbaro e brutale, le generazioni di combattenti e i loro valori.
 
Lo facciamo per il sentimento di inestinguibile gratitudine che proviamo nei loro confronti: i settanta anni vissuti, infatti, dal nostro Paese e dall’Europa occidentale, per quanto siano stati difficili e non privi di ombre, sono stati, ciò nondimeno, anni di pace e sono stati vissuti nella democrazia solo grazie alle scelte coraggiose e lungimiranti compiute allora. Furono la generosità e la responsabilità di quelle classi dirigenti italiane ed europee, forgiatesi nella Resistenza contro il nazifascismo, a consentire un destino di liberi ed eguali a coloro che, ancora non nati, avrebbero avuto il privilegio di ereditare il loro lascito.
 
Evocare in questa piazza i nomi degli uomini, delle donne, dei bambini morti in quel delirio di violenza e di barbarie, significa sentire vicinissime a noi le loro paure, ma soprattutto le speranze in un mondo migliore, forgiato a immagine della libertà, del rispetto e della democrazia.
 
Il pensiero più fecondo della Resistenza ha consentito l’avvio del processo di integrazione europea. Stati e popoli che, per secoli, si erano combattuti sanguinosamente e, di nuovo, nel secolo scorso, a distanza di vent’anni, si trucidarono in due fratricide guerre mondiali, hanno saputo non solo costruire stabili basi per una pace duratura, ma hanno anche avuto la saggezza di immaginare e praticare una crescente collaborazione nel nome della autodeterminazione di tutti i popoli, della emancipazione individuale e collettiva, del progresso e della civiltà per il mondo intero. È in omaggio alla verità e alla memoria di quelle donne e di quegli uomini che non possiamo in alcun modo, oggi, nascondere a noi stessi che quell’orizzonte di futuro appare, e forse davvero è, qui ed ora, gravemente compromesso da paure e pregiudizi diffusi, irresponsabilmente alimentati da cinici demagoghi e novelli apprendisti stregoni. Sono proprio i pregiudizi e le paure che soffocano la speranza e l’altruistico moto di solidarietà, nutrendo i peggiori egoismi e addirittura rigurgiti di vero e proprio razzismo. Questi sentimenti, lo smarrimento e il disagio di molti, trovano alimento anche nel discredito diffuso di cui sono oggetto le istituzioni europee, causato principalmente dalla loro strutturale carenza di democrazia e dalla paralisi ingenerata dal faticoso svolgersi di relazioni intergovernative, troppo spesso afflitte da conservatorismi e dalla malapianta del populismo.
 
Attenzione alle facili scorciatoie, al baluginio ingenerato dall'idea che l'onestà, la giustizia, l'equità possano codificarsi in un simbolo, in una bandierina che richiami a sé il meglio del meglio fra gli uomini. Gli esseri umani sono intimamente imperfetti e il governo di quelle imperfezioni richiede fatica, pazienza, abnegazione, sacrificio, attenzione maniacale all'equilibrio fra i poteri. In una parola Democrazia.
 
E la democrazia è un cammino contraddittorio, lungo e difficile, perché richiede di misurarsi in un cimento politico e culturale che abbia un respiro lungo; ed è proprio per questo che v’è bisogno di donne e uomini i quali non abbassino il loro sguardo sul presente, ma lo elevino, con fiducia e con convinzione, verso un orizzonte di possibilità nuove per tutti gli umani.
 
Un secolo e mezzo dopo la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, il cui primo articolo affermava solennemente, per la prima volta, la verità elementare, e pur tuttavia rivoluzionaria, che «gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti», l’Europa ebbe a sperimentare la più atroce e terribile violazione dei principi illuministici del 1789 ed anche in Italia, ignominiosamente, dovemmo conoscere, nel 1938, l’aberrazione e l’abominio delle legge razziali. Italiani, tra altri italiani, videro negati i loro diritti fondamentali e la loro dignità in ragione della propria religione, delle proprie idee, della propria storia personale e familiare. Anche allora si fomentarono gli istinti peggiori di una popolazione affaticata e affamata, introducendo via via nel linguaggio pubblico parole di odio, discriminazione ed intolleranza, fino inevitabilmente a negare il riconoscimento dell’umanità stessa a chi veniva additato come diverso.
 
Si trattò di una consapevole e deliberata, lenta, ma costante instillazione di sentimenti xenofobi che, già molti anni prima della guerra, erano penetrati nella vita quotidiana delle persone, senza suscitare l’indignazione diffusa e militante che avrebbero meritato, se non in coloro di cui ancora oggi rievochiamo l’esempio.
 
Ancora una volta il loro esempio ci viene in aiuto. E dovremmo avere la forza e il coraggio di farci guidare di più da quelle vite esemplari. Hanno naturalmente la responsabilità di farlo soprattutto coloro che sono chiamati, con disciplina ed onore, come vuole la Costituzione, a governare le nostre città, il nostro Paese, l’Europa. Ancora una volta Leogrande ha osservato in proposito, con penetrante acume, che «la linea di demarcazione pretestuosamente tirata – quanto meno nell’ultimo ventennio – tra “buonismo” e “cattivismo”, tra “politicamente corretto” e “politicamente scorretto” non tiene più. E non solo perché, al termine di una lunga battaglia di sdoganamento, il “cattivismo” si è ormai affermato. Ora, come nelle costruzioni Lego, pezzi di “cattivismo” possono stare tranquillamente accanto a pezzi di “buon senso” o a pezzi di “cultura” all’interno del perimetro dello stesso discorso pubblico. Ed è questo nuovo impasto, che scompagina i vecchi compartimenti stagni, a costituire l’aspetto più nuovo e inquietante».
 
Pensieri indicibili e «orrendamente fascisti» si mescolano, quasi senza più distinzione, dentro un discorso pubblico che perde significato e senso. Ed allora, il compito di ciascuno – ed in particolare di chi ha appunto le maggiori responsabilità nella comunità – deve essere, intanto, quello di impegnarsi con coerenza ad un uso misurato e consapevole delle parole che usa; non accettare superficialità o banali semplificazioni; ricordare i fatti e le ragioni storiche e politiche che hanno generato il contesto nel quale viviamo.
 
Si tratta allora di essere esigenti con noi stessi, ancor prima che con gli altri, perché, come scrisse, concludendo le sue città invisibili, Italo Calvino, ciò che «è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui» è esattamente il «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
 
Accoratamente, concludendo il saluto all’Assemblea Costituente che l’aveva appena eletto presidente, Giuseppe Saragat formulava un appello che sentiamo ancor nostro, rivolto anche a noi, ancora oggi: «Per diradare la grigia penombra da cui siamo circondati, leviamo sempre più alta la fiamma della libertà e della giustizia. Alla sua vivida luce noi scorgeremo, sino ai limiti del più lontano orizzonte, la strada per cui si avvia la Patria risorta. È un cammino aspro, irto di ostacoli, ma che sale verso libere altezze».
 
Di quella luce si alimenta la memoria, la nostra memoria, il senso profondo dell'educare le giovani generazioni a non abbassare mai la guardia. Perché "la peste", come scrisse Albert Camus nel celebre romanzo omonimo, che è una magistrale metafora della devastazione del nazi - fascismo, "rimane acquattata nei cassetti e sotto le lenzuola" e solo chi ha piena consapevolezza del suo essere nefasto, sa bene che lei, la peste, potrebbe tornare, in ogni momento, a far morire i suoi topi in un mondo apparentemente felice.
 
È un cammino difficile e necessario, quello dell'impegno, del ricordo, dell'educazione, un cammino lungo il quale siamo ancora chiamati, e sempre più lo saremo in futuro, ad edificare e ad accompagnare, sempre di nuovo, la Repubblica. Per noi stessi. Per i nostri figli. Buona serata a tutti. Viva Calamecca e il Comune di Piteglio liberi! Viva la Repubblica, democratica ed antifascista!